Perché non imparerò il tip tap durante la quarantena

Perché non imparerò il tip tap durante la quarantena

Call. Da una parte uomini d’azienda, che si ritrovano a casa come leoni in gabbia.

Dall’altra parte io, che del lavorare a casa ho fatto il mio habitat dal millennio scorso.

La differenza si percepisce: loro che si dilungano e divagano, io che voglio andare al sodo e sono il primo a cercare di chiudere “ok, mi metto all’opera”.

È un atteggiamento figlio di un albero genealogico artigiano, generazioni e generazioni di Marinoni mi hanno insegnato che fare è più utile che parlare. Anche adesso che parlare invece serve, eccome.

In più ci si mette l’emergenza virus. Come spiega meravigliosamente il mio amico Lino in questo articolo, le aziende devono “adattare racconto e comportamenti alle tensioni sociali in corso, accantonare la classica comunicazione di prodotto e concentrarsi sul piano valoriale, motivare le persone, ispirare le scelte e costruire insieme mondi – e chissà, mercati – migliori.”.

E in questi giorni in cui tutti sfornano pizze e torte, fanno agnolotti e tagliatelle, imparano il ballo dei dervisci rotanti o a suonare l’ukulele, io riesco a vedere moglie e figlia un paio d’ore al giorno, giusto il tempo di pranzo e cena quando esco dallo studio e vado in cucina.

Questo succede perché di ogni brand per cui lavoro devo reinventare tutta la comunicazione:

-chi ha messo su in fretta e furia un e-commerce

-chi si riorganizza per il delivery

-chi pensa a come comunicare dopo

E per tutti loro devo inventarmi come parlare a persone che sono chiuse in casa e in difficoltà, che per un po’ avranno paura e diffidenza a uscire e incontrare altre persone, che da un’azienda che ha sempre comunicato bene si aspettano qualcosa di significativo particolarmente adesso.

Ci troveremo di fronte a un cambiamento tipo carrozza/automobile, carbone/elettricità, clavicembalo/pianoforte, lettera/mail, cabina telefonica/smartphone.

Qui non si tratta di avere belle idee o belle parole, ma affrontare un mondo nuovo e sconosciuto che si apre davanti noi, e di interpretare le persone che ci arriveranno stordite, impaurite, impoverite da questo momento.

Un lavoro che richiede impegno massimo, concentrazione assoluta e la determinazione di cambiare il concetto e la funzione stessa della comunicazione.

Un cambiamento che definire rivoluzione è un eufemismo.

Moltiplica l’impegno, la concentrazione e la determinazione per tutti i brand con cui lavoro, e capisci perché in questi giorni non imparerò a ballare il tip tap o a suonare il didgeridoo.

E quando in mezzo a questi progetti arriva il classico cliente mordi e fuggi, quello che ti chiama ogni due-tre anni e ogni volta ti paga dopo il decimo sollecito e ti chiede “mi scrivi un video emozionale sul concetto InsiemeCeLaFaremo?” allora ti ritrovi a fare come i medici dei primi giorni dell’emergenza, che dovevano scegliere chi curare e chi abbandonare al proprio destino. So che è un paragone impietoso e irrispettoso, ma ecco, almeno insegna alle aziende che pagare dopo il decimo sollecito non fa bene. In primis a loro.

Comunque, insieme ce la faremo. Insieme a chi capisce che bisogna cambiare completamente. Insieme a generazioni di Marinoni artigiani che per una volta mi perdoneranno se adesso parlare è importante quanto fare.

 

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